Tipologie e Parametri

Le principali tipologie

  • mobbing dall’alto; con questo termine si intendono le molestie esercitate da parte di un vessatore che si trova in una posizione di superiorità rispetto alla vittima come per esempio un dirigente, un capo reparto, un capoufficio, un collega di anzianità o di mansioni superiori. (Ege, 1997). Un tipico esempio di mobbing verticale è l’abuso di potere (Giannini, Di Fabio e Gepponi, 2004).
  • mobbing dal basso; come il precedente, si basa sulla disparità di potere nella relazione gerarchica. Questa forma di mobbing si differenzia da quella discendente in quanto è il subordinato, o comunque chi detiene un potere minore (singolo o gruppo di persone), a mettere in atto una serie di vessazioni a danno di un superiore;
  • mobbing strategico (bossing); questo termine viene definito da Ege (1997) come una forma di terrorismo psicologico che viene programmato dall’azienda stessa o dai vertici dirigenziali ai danni di dipendenti divenuti in qualche modo “scomodi” e che, quindi, si vogliono eliminare. Ciò che caratterizza il bossing è la sua manifestazione su scala aziendale (ibidem);
  • mobbing tra pari (orizzontale); questa forma viene esercitata da colleghi di pari livello con lo scopo di procurare fastidi a una persona o di bloccargli la carriera, ad esempio per motivi di gelosia e rivalità. Le azioni più frequentemente attuate sono di natura sociocomunicativa, volte all’isolamento della persona vessata dal gruppo e al blocco delle informazioni (Einarsen, 2000);
  • doppio mobbing, avviene quando la famiglia, dopo un certo periodo di sopportazione e comprensione, non riesce più a contenere il malessere del proprio familiare vessato e lo priva del proprio sostegno. La famiglia per istinto di sopravvivenza allontana la persona poiché essa è diventata una minaccia per l’integrità e la salute del nucleo familiare. Questo processo è inconscio: infatti nessun componente della famiglia si renderà conto di aver smesso di sostenere il proprio caro. Quest’ultimo, a questo punto, si trova praticamente accerchiato poiché perde la valvola di sfogo rappresentata dalla famiglia. “Non è raro che la vicenda sfoci in modo tragico” (Ege, 1999).

Parametri Identificativi 

La Corte di Cassazione, ha stabilito delle linee guida per riconoscere il mobbing.

I giudici di legittimità, infatti, con la sentenza n. 10037/2015, offrono oggi il «metodo» certo per scoprire se il lavoratore ricorrente ha diritto a ottenere un risarcimento da parte del proprio datore di lavoro. In sostanza si tratta del riconoscimento da parte della giurisprudenza di un già noto metodo scientifico di valutazione del danno lavorativo.
I parametri che, secondo l’autorevole pronuncia, devono essere provati dal soggetto che si dice mobbizzato, concernono i seguenti aspetti:

  • l’ambiente di lavoro (nel senso che le vessazioni devono avvenire sul luogo di lavoro);
  • la durata (con contrasti avvenuti in un congruo periodo di tempo);
  • la frequenza (le provate attività vessatorie devono essere reiterate e molteplici nel tempo);
  • tipo di azioni ostili (le azioni poste in essere devono rientrare in almeno due delle categorie di azioni ostili riconosciute: attacchi alla possibilità di comunicare; isolamento sistematico; cambiamenti delle mansioni lavorative; attacchi alla reputazione; violenze o minacce);
  • dislivello tra gli antagonisti (provando l’inferiorità del soggetto mobbizzato);
  • andamento secondo fasi successive (almeno alcune tra, conflitto mirato; inizio del mobbing; sintomi psicosomatici; errori e abusi; aggravamento salute; esclusione dal mondo del lavoro ecc.);
  • intento persecutorio (ossia la prova di un disegno vessatorio coerente).

Perché si abbia mobbing, a giudizio della Cassazione, devono ricorrere tassativamente e contestualmente tutte e sette le predette condizioni.